WoW Forever: l’inizio

Gioco a World of Warcraft dal giorno del lancio europeo, nel lontanissimo 2005.
Vent’anni abbondanti, quindi. Con alti, bassi, entusiasmi, incazzature, periodi in cui praticamente vivevo ad Azeroth e altri in cui entravo, guardavo il mio personaggio e mi chiedevo perché fossi ancora lì.
Poi, a metà Shadowlands, ne ho avuto abbastanza. Ho chiuso WoW e ho solennemente annunciato ai miei amici che non sarei tornata mai più.
O meglio: avevo lasciato aperta una possibilità. «Tornerò quando metteranno l’housing!», che era il mio modo per dire MAI. Più o meno come dire «quando gli asini voleranno».
Perché l’housing era una di quelle cose che i giocatori chiedevano da una vita e che Blizzard, per anni, aveva sostanzialmente fatto capire di non avere intenzione di fare. E quindi quella frase era diventata una specie di battuta ricorrente: sì sì, certo, tornerò su WoW. Quando ci saranno le case!

E invece gli asini, a quanto pare, hanno imparato a volare: cinque anni dopo ho reinstallato World of Warcraft.
Per l’housing, per avere finalmente la mia casa ad Azeroth.
Devo ammettere che tornare è stato molto più piacevole di quanto pensassi. Ho ritrovato un mondo che, nonostante tutto, continua ad avere il suo fascino, fatto anche di memorie, ovviamente. Ho scoperto le Delves, ho ricominciato a esplorare, a collezionare cose inutilissime e quindi assolutamente indispensabili, a farmare reputazioni, transmog, decorazioni e tutte quelle attività che probabilmente qualcuno definirebbe “contenuto secondario” e che invece, per me, sono buona parte del motivo per cui gioco.
Però non mi sono improvvisamente riconciliata con tutto WoW. Anzi.
I raid e soprattutto i dungeon, fatti come sono fatti oggi, continuano a rappresentare quasi tutto quello che NON cerco in un videogioco. Meccaniche sempre più frenetiche, mille cose da controllare contemporaneamente, effetti ovunque, velocità esasperata e, sopra a tutto, quel sistema delle Mythic+ a tempo che continuo a trovare semplicemente orribile.
Il cronometro trasforma un dungeon in una corsa. Bisogna andare, andare, andare. Non fermarsi. Non sbagliare. Non perdere tempo. Non parlare.

E forse è proprio quest’ultima cosa che mi pesa di più. Perché quello che una volta era un gioco enormemente sociale è diventato, troppo spesso, un posto in cui gli altri giocatori vengono valutati prima ancora come numeri che come persone.
Che RIO hai?
Che key hai fatto?
Quanto DPS fai?
L’hai già fatto, ce l’hai l’achievement?
E se la risposta non è quella giusta, avanti il prossimo.
Paradossalmente, in un MMORPG con milioni di persone intorno, si può giocare sentendosi molto più soli di vent’anni fa.
Naturalmente io ho risolto il problema nel modo più semplice: quelle cose le faccio il meno possibile. Me ne vado per il mondo per conto mio, faccio le mie Delves, raccolgo roba per arredare le case, mi perdo dietro a cose improbabili per ore e ogni tanto mi faccio trascinare dalla gilda in qualcosa di più impegnativo.
E così WoW mi piace. Ma se devo dire che sono tornata innamorata del gioco come nel 2005, no.

Poi è uscita la beta di Warcraft Forever.
Ho creato un personaggio e ho cominciato a giocare.
Sono arrivata al livello 7 e a quel punto ho praticamente smesso di fare screenshot per documentare il gioco e ho cominciato a farli semplicemente perché continuo a fermarmi a guardare.

Non so ancora cosa penserò di Forever quando l’avrò giocato davvero.
Non so se mi piaceranno i sistemi, l’endgame, i dungeon, le attività, il modo in cui sarà costruito il gioco una volta passata la meraviglia iniziale.
So soltanto una cosa: al livello 7 sono rimasta senza parole.
E per una che guarda Azeroth dal 2005, non è esattamente una cosa da poco.
Quindi non aggiungo altro, e lascio parlare le immagini (fatte con grafica bassa!).

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